Speciale COVID-19
Pubblicato: 2020-08-12

Il fumo di tabacco e la pandemia da COVID-19

UOC Pneumologia Interventistica, AORN A. Cardarelli, Napoli
Servizio Pneumologico Aziendale, Azienda Sanitaria dell’Alto Adige, Bolzano

Articolo

Nella recente pandemia da virus respiratorio SARS-CoV-2, la comunicazione ufficiale da parte degli organi istituzionali di sanità pubblica di tutti i Paesi coinvolti ha fornito costanti informazioni su come ridurre il rischio di diffusione del SARS-CoV-2, enfatizzando comportamenti quali la copertura della bocca quando si tossisce, il lavarsi frequentemente le mani e la necessità del distanziamento sociale ai fini di ridurre la possibilità di contagio tra le persone.

Il fumo di tabacco, la sua diffusione tra la popolazione affetta da malattia COVID-19 e il suo potenziale ruolo nell’aggravamento dei quadri clinici hanno ricevuto finora poca attenzione, anche se l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha precisato che i fumatori corrono un rischio maggiore di contrarre il COVID-19 e che la maggiore vulnerabilità all’infezione deriverebbe dall’atto stesso del fumare, in relazione ai movimenti ripetitivi hand-to-face che facilitano la penetrazione del virus nelle vie aeree.

Il coinvolgimento polmonare da COVID-19 rappresenta la manifestazione predominante di tale infezione e prove emergenti indicano che il fumo è associato ad una maggiore espressione sugli pneumociti di tipo II del recettore ACE2 (Angiotensin Converting Enzyme 2) che funge da porta di ingresso di questo virus.

Lo studio che ha riportato il maggior numero di pazienti fumatori affetti da coronavirus è stato quello di Guan et al. con 1.099 pazienti di cui 173 con sintomi gravi 1. I pazienti con malattia di grado meno severo erano fumatori correnti nel 12% dei casi, mentre gli ex fumatori erano l’1,3%. Tra i pazienti con malattia severa la percentuale di fumatori correnti era il 16,9%, mentre quella di ex-fumatori era il 5,2%. Nel gruppo di pazienti con ricovero in terapia intensiva e necessità di ventilazione meccanica o che erano deceduti, il 25,5% risultava essere fumatore corrente, mentre gli ex fumatori rappresentavano il 7,5%. Nella stessa direzione va anche uno studio, sempre condotto in Cina su 1.590 pazienti, in cui è indicato che sia la mortalità che la gravità dei sintomi sono più elevate nei fumatori e negli ex-fumatori 2. La revisione sistematica di Vardavas e Nikitara conclude che il fumo è verosimilmente associato con maggiore progressione dell’infezione, con una probabilità 2,4 volte maggiore di ammissione dei pazienti nei reparti di terapia intensiva, di necessità di ventilazione meccanica e di esito letale 3. Non mancano lavori di segno opposto come una metanalisi pubblicata da Lippi ed Henry, che sostiene una non associazione tra lo stato di fumatore attivo e la severità della malattia da COVID-19, pur con il bias di un numero non elevato di casi analizzati 4. O come lo studio francese che ha di recente segnalato un livello molto basso di fumatori tra i pazienti infetti da SARS-CoV-2 pari al 5% su un campione di 350 pazienti, ipotizzando inoltre un possibile ruolo del recettore nicotinico dell’acetilcolina (nAChR) nella fisiopatologia dell’infezione da COVID-19, proiettandolo addirittura come potenziale target per la prevenzione e il controllo di tale infezione 5.

In risposta alle ipotesi formulate da questo lavoro, il Comité National Contre le Tabagisme (CNCT) in Francia, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) in Italia e l’OMS hanno di recente nuovamente ribadito che la maggiore vulnerabilità dei fumatori risiede sia nell’atto stesso del fumo che nella possibilità di sviluppo di malattia polmonare di grado più severo.

Lo stato attuale delle conoscenze, tuttavia, non consente di trarre conclusioni definitive sull’associazione della severità della malattia COVID-19 con lo stato di fumatore, contrariamente a ciò che avviene ad esempio per le comorbilità come la Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO), il diabete e le malattie cardiovascolari che hanno maggior prevalenza nei casi più severi. Ne deriva la necessità di condurre più lavori scientifici e indipendenti per la dimostrazione del maggior danno indotto dal fumo in questa ferale pandemia.

La cessazione tabagica risulta allo stato attuale la migliore decisione individuale non solo per prevenire l’infezione da SARS-CoV-2, ma soprattutto per evitare le complicanze della malattia con un impatto positivo ed immediato sulla funzione cardiovascolare e polmonare riducendo il rischio di trasmissione dell’infezione, il rischio di malattia grave e di morte.

In conclusione, le misure preventive che può promuovere la nostra Associazione pneumologica, impegnata in primissima linea in questa pandemia, possono essere: avvertire la popolazione generale, e i fumatori in particolare, che uno dei rischi più elevati di contrarre questa malattia e di avere una prognosi sfavorevole è rappresentato dall’esposizione al fumo di tabacco; sottolineare che smettere di fumare è prioritario, promuovendo risorse disponibili quali linee di assistenza online o video consulenze con pneumologi e/o psicologi-psicoterapisti; scoraggiare fortemente l’uso delle sigarette elettroniche e dei prodotti del tabacco riscaldati in quanto possono più facilmente diffondere l’infezione oltre ai danni polmonari causati dal loro stesso impiego; sottolineare nei periodi di quarantena l’importanza di mantenere tutti gli ambienti nei quali si vive completamente liberi dal fumo.

KEY MESSAGES

  1. L′OMS ha precisato che il rischio maggiore di contrarre il COVID-19 deriverebbe dall’atto stesso del fumare, in relazione ai movimenti ripetitivi hand-to-face che facilitano la penetrazione del virus nelle vie aeree.
  2. Il fumo è associato ad una maggiore espressione sugli pneumociti di tipo II del recettore ACE2.
  3. Le conoscenze attuali non consentono di trarre conclusioni definitive sull’associazione della severità della malattia COVID-19 con lo stato di fumatore.
  4. C'è la necessità di condurre più lavori scientifici indipendenti per la dimostrazione del maggior danno indotto dal fumo in questa pandemia.
  5. La cessazione tabagica risulta allo stato attuale la migliore decisione nel prevenire l’infezione da SARS-CoV-2, ma soprattutto per evitare le complicanze.

Riferimenti bibliografici

  1. Guan WJ, Ni ZY, Hu Y, for the China Medical Treatment Expert Group for Covid-19. Clinical characteristics of coronavirus disease 2019 in China. N Engl J Med. 2020; 382:1708-20. DOI
  2. Guan WJ, Liang WH, Zhao Y, on behalf of China Medical Treatment Expert Group for Covid-19. Comorbidity and its impact on 1590 patients with COVID-19 in China: a nationwide analysis. Eur Respir J. 2020; 55:2000547. DOI
  3. Vardavas C, Nikitara K. COVID-19 and smoking: a systematic review of the evidence. Tob Induc Dis. 2020;20. DOI
  4. Lippi G, Henry BM. Active smoking is not associated with severity of coronavirus disease 2019 (COVID19). Eur J Intern Med. 2020; 75:107-8. DOI
  5. Changeux JP, Amoura Z, Rey F, Miyara M. A nicotinic hypothesis for Covid-19 with preventive and therapeutic implications. C R Biol. 2020; 347:1-7. DOI

Affiliazioni

Raffaela Giacobbe

UOC Pneumologia Interventistica, AORN A. Cardarelli, Napoli

Alessandro Zanforlin

Servizio Pneumologico Aziendale, Azienda Sanitaria dell’Alto Adige, Bolzano

Copyright

© Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri – Italian Thoracic Society (AIPO – ITS) , 2020

Come citare

Giacobbe, R., & Zanforlin, A. (2020). Il fumo di tabacco e la pandemia da COVID-19. Rassegna Di Patologia dell’Apparato Respiratorio, 35(2), 73-74. https://doi.org/10.36166/2531-4920-A016
  • Abstract visualizzazioni - 180 volte
  • PDF downloaded - 43 volte