Medical Humanities e Pneumologia
Pubblicato: 2020-05-05

La peste: un’epidemia antica su cui riflettere - Prima parte

Medico Specialista in Malattie dell’Apparato Respiratorio Specialista in Chemioterapia Storico e Filosofo della Medicina

Abstract

La Peste, la malattia infettiva causata dal bacillo gram negativo Pasteurella Pestis o Yersina Pestis dal nome del suo scopritore, il medico e filantropo franco-svizzero Alexandre Yersin nel 1894, ha rivestito per secoli il significato di male incurabile e di vero e proprio preludio a una morte inevitabile. Conoscere la storia e le influenze di questa grave malattia sulla vita delle persone e sull’evoluzione della medicina può contribuire a rendere i medici consapevoli della complessità di alcuni fenomeni morbosi. Le sole categorie scientifiche non bastano infatti a comprendere l’influenza di una malattia sulla società e sui modi di vita delle persone. La Peste esiste ancora in forma raramente epidemica e in regioni lontane dal Mondo Occidentale, tuttavia la sua storia può servire ad affrontare nuove e ancora sconosciute sfide che la medicina del futuro potrebbe presentare.

Articolo

“… Dico adunque, che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza […] pervenne la mortifera pestilenza: la quale, per operazioni de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata […] senza ristare d’un luogo in un altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata. […] Nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi e alle femine parimente o nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come un uovo, e alcune più e alcun’altre meno […] A cura delle quali infermità né consiglio di medico né virtù di medicina alcuna pareva che valesse o facesse profitto […] E più avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e l’usare cogli infermi dava a’ sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa da quegli infermi era stata tocca o adoperata pareva seco quella cotale infermità nel toccator transportare […] Che altro si può dire […] se non che tanta e tal fu la crudeltà del cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra’l marzo e il prossimo luglio vegnente, tra per la forza della pestifera infermità e per l’esser molti infermi mal serviti o abbandonati ne’ lor bisogni per la paura ch’aveono i sani, oltre a centomila creature umane si crede per certo dentro alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti, che forse, anzi l’accidente mortifero, non si saria estimato tanti averne dentro avuti?…”

Giovanni Boccaccio. Il Decamerone. Introduzione. 1348-1353 1

Esistono parole che generano paura. Esistono nomi che recano in sé un messaggio di disperazione e di morte prima ancora che si manifesti l’oggetto stesso che queste parole descrivono. La parola "peste" reca in sé dei significati lontani, un senso non ben compreso e comprensibile per l’uomo contemporaneo. Nelle ricche nazioni del Mondo Occidentale la morte non si aggira più tra le case degli uomini manifestandosi con tutto il suo carico di terrore. La morte è stata mascherata, relegata e nascosta in pieghe buie dell’esistenza per non disturbare i vivi, per non distoglierli dalla routine della loro quotidianità operosa. È difficile concepire la morte come un fenomeno di massa, come la Nera Signora dalla lunga falce che passa senza alcun riguardo tra la gente e porta con sé intere famiglie. Oggi, per lo più, sono i vecchi che muoiono. I giovani possono terminare prematuramente la loro esistenza per colpa di eventi fortuiti, incidenti stradali o malattie inguaribili, patologie queste ultime che si vanno facendo sempre più rare. Eppure non sempre è stato così. Il pastore anglicano inglese Thomas Malthus (1766-1834), un religioso di professione, ma più accanitamente un filosofo ed economista, individuò nel rapporto tra le epidemie, le carestie, le guerre e la numerosità della popolazione un sistema complesso e in equilibrio dinamico che teneva sotto controllo e limitava gli eccessi di crescita del numero di bocche da sfamare. Malthus visse tra il Settecento, un secolo afflitto dall’imperversare epidemico del Vaiolo e l’Ottocento, un’epoca segnata invece dalla diffusione della Tubercolosi. Due malattie di massa che hanno lasciato tracce di sé nella storia e nella letteratura di quei periodi. Si trattò di due nuove pandemie che presero il posto della Peste nell’arco di un paio di secoli e per motivi ancora non del tutto interamente compresi 2.

La peste era scomparsa progressivamente con il finire del secolo XVIII, un po’ per le migliorate ma non troppo condizioni igieniche e soprattutto per la capacità di delimitare e di circoscrivere i focolai infettivi attraverso delle misure collaudate di sanità pubblica. Si trattava di accorgimenti elaborati nel tempo attraverso l’esperienza di innumerevoli epidemie e devastazioni. Un insieme di strumenti di controllo dei territori di confine che comprendevano una rigida barriera sanitaria alle frontiere degli stati, la quarantena per gli uomini e gli animali e infine le patenti di buona salute che il viaggiatore proveniente dai paesi sospetti doveva esibire ai controlli doganali. Un muro di prudenza e di diffidenza che trovò la sua massima realizzazione nella sorveglianza del limes tra l’Impero Austro-Ungarico e quello Ottomano e che venne attenuato parzialmente solo alla fine del XIX secolo 3.

La peste aveva regnato indisturbata sulle contrade europee per secoli. Era un ospite non gradito che si presentava ogni tanto a riscuotere il proprio tributo di vite umane. A leggere i registri parrocchiali del XV secolo, il principale strumento di studio demografico per quei tempi, si rimane colpiti dall’imparzialità devastante con cui la malattia sembrava agire. Intere famiglie, padre, madre e due, tre figli o più, spesso in giovane età, venivano infettati e morivano quasi contemporaneamente. Il decorso della malattia non durava più di una settimana per la peste bubbonica che colpiva l’apparato linfatico e le ghiandole, mentre quella polmonare, più rapida e implacabile, portava a morte ancora più rapidamente nel giro di due o tre giorni dall’inizio della sintomatologia manifestando un’aggressività e una rapidità di diffusione ancora più accentuate. Malgrado questo terrore accolto come una strage inevitabile di innocenti che sembrava ripetersi periodicamente e per motivi sconosciuti, la peste esercitava un ruolo demografico crudele e ben definito. Considerata la sedentarietà della popolazione europea dedita all’agricoltura nella maggior parte dei suoi componenti, furono le epidemie a limitare in modo efficace la crescita del numero degli individui. A questo fattore si aggiunse la relativa scarsità di approvvigionamento fornita dalle modeste rese agricole delle coltivazioni. Per secoli la semina dei cereali ottenne delle rese di raccolto assai modeste, enormemente inferiori se paragonate a quelle ottenibili attualmente grazie alle moderne tecniche agrarie 4.

Gli studi demografici hanno dimostrato come in periodi di devastante mortalità dovuti alle pestilenze il tasso di natalità non calasse, dal momento che le malattie epidemiche provocavano una forte crescita di rimbalzo della popolazione per la necessità di assicurare comunque un ricambio demografico nel tessuto sociale impoverito dalle troppe morti e di fornire una stabile forza lavoro da destinare alle attività agricole. Le grandi epidemie colpivano per lo più gli individui in età giovanile, quelli dotati di una minore competenza e memoria immunitaria. In questo modo la società si ritrovava con una prevalenza di persone anziane o relativamente tali perché in quei tempi bastava aver superato i cinquant’anni di età per essere considerati vecchi.

I sopravvissuti si riproducevano con un rinnovato vigore che solo la possibilità imminente della morte sembrava conferire, quasi la specie umana reagisse al pericolo dell’eliminazione aumentando indiscriminatamente il numero degli individui perché almeno ogni tanto ne potesse nascere qualcuno resistente al morbo. Le persone parevano abdicare in parte al proprio ruolo di organismi complessi multicellulari per adottare temporaneamente comportamenti da protozoi impazziti dalla paura dell’estinzione 5.

.Ratto delle navi commerciali della Lega Anseatica, portatore della Peste. Seconda metà del XIV secolo, Museo della Marina, Bremerhaven (DE).

Il bacillo della peste è endemico tra i roditori che costituiscono da sempre il suo serbatoio biologico. Più di duecento specie di animali possono esserne colpite, come i conigli selvatici, le marmotte, le cavie, i cani della prateria, gli scoiattoli, i topi, i ratti e via elencando. I roditori selvatici che si ammalano sviluppano di solito un’infezione acuta e rapidamente mortale. Gli animali che sopravvivono, interessati dalle forme di peste meno severe e letali, permettono la conservazione del batterio in una forma quasi saprofitica. Quando l’infezione circola solamente tra i roditori selvatici l’uomo corre un rischio piuttosto limitato di esserne colpito. Tuttavia, quando il contagio arriva dai topi di campagna a quelli di città che vivono in prossimità delle abitazioni e nel reticolo sotterraneo che si dipana, ignorato da occhi umani sotto le case, si possono creare le condizioni per un passaggio dell’infezione dall’animale alle persone. Intermediario e messaggero di questa tipologia di contagio e di morte è un piccolo insetto, la pulce. Un esserino che infesta il popolo dei ratti, succhiando loro il sangue ricco di bacilli e trasmettendolo da ratto a ratto. Inocula così il Bacillo della Peste o Pasteurella pestis, detto anche il Bacillo di Yersin, dal nome del suo scopritore, il medico svizzero e naturalizzato francese Alexandre Yersin (1863-1943). Uno scienziato e filantropo che lo isolò e lo descrisse per primo in Cina nel 1894 durante una delle ultime epidemie di peste di cui l’umanità conservi la memoria 6,7.

La Peste si manifesta con tre differenti modalità cliniche, la bubbonica, la polmonare e la setticemica, che costituisce in realtà lo stato finale e ubiquitario nell’organismo delle prime due. La più celebre e frequente è la forma clinica che viene chiamata Peste bubbonica, ad esordio brusco dopo pochi giorni di incubazione, con febbre alta, senso di prostrazione, presenza di cefalea, brividi e dolori muscolari diffusi. Dopo due o tre giorni compaiono i caratteristici bubboni, sinistre tumefazioni linfatiche e ghiandolari che evolvono in modo colliquativo. Sono di solito presenti inizialmente all’inguine o alle ascelle, ma si possono formare anche in altre parti del corpo a seconda della sede delle punture della pulce. La mortalità arriva nel 60-70% dei casi senza una terapia antibiotica instaurata precocemente. La Peste polmonare, molto più grave della precedente, è caratterizzata da una sensazione di oppressione respiratoria, con una tosse spasmodica e l’espettorazione schiumosa, assai fluida e mista a sangue. Un escreato ricco di bacilli rende la Peste polmonare estremamente infettiva e diffusiva. L’evoluzione di questa malattia era di solito mortale prima degli antibiotici e avveniva nell’arco di tempo di qualche giorno per una grave insufficienza respiratoria legata alla distruzione del tessuto polmonare.

Se gli antibiotici vengono impiegati precocemente, con un’associazione tra almeno due di loro a partire dalla comparsa dei primi sintomi, è possibile guarire. La mortalità complessiva rimane tuttavia molto alta nelle regioni più povere del mondo. Si possono impiegare la streptomicina, la kanamicina, il cloramfenicolo e la doxiciclina. Più recentemente sono stati impiegati con successo i chinolonici, come la ciprofloxacina e la levofloxacina, che sono utili anche per l’eventuale profilassi. La Peste setticemica è la forma più grave ed è osservabile di solito come un fenomeno sporadico durante le epidemie. È caratterizzata da febbre molto alta, ingrandimento del fegato e della milza, segni di sofferenza cerebrale di tipo meningitico e una sindrome emorragica secondaria legata alla distruzione delle ghiandole surrenali. Ne deriva spesso una sindrome emorragica per una coagulopatia da consumo dei fattori dell’emostasi.

La storia dell’Umanità è disseminata dal racconto di alcune epidemie di Peste di particolare gravità. Nella Bibbia, all’interno del Secondo Libro di Samuele, ritroviamo una possibile epidemia verificatasi intorno all’anno 1030 a.C. Il libro sacro la ricollega all’ira di JEOVA per il censimento indetto dal re Davide. Una procedura che per gli antichi Ebrei rivestiva un carattere quasi sacrilego, perché contare dei beni o delle persone equivaleva ad affermarne il possesso. Costituiva un’azione empia che si poneva in disaccordo con il volere divino ritenuto l’unico padrone del destino del popolo ebraico. La peste veniva in tal modo interpretata come il prodotto del risentimento di Dio per la tracotanza e la presunzione della sua gente:

“… Così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato; da Dan a Bersabea morirono settantamila persone del popolo…”

Samuele, 2, 24, 15. La Sacra Bibbia, Edizione CEI, 2009 8

Una celebre epidemia di Peste è rimasta quella che colpì Atene negli anni 430-429 a.C. e che provocò tra le tante morti anche quella di Pericle, il signore della città e uno dei personaggi storici più rilevanti dell’Epoca Classica. Abbiamo testimonianze letterarie importanti e dettagliate di questo flagello sia nell’opera storica di Tucidide sulla Guerra del Peloponneso, che in quella poetica di Lucrezio, il De Rerum Naturae, scritta però quest’ultima più di tre secoli dopo. Anche al tempo dell’Imperatore Marco Aurelio (161-180 d.C.) è ricordata una pandemia denominata come peste che provocò la morte dell’imperatore romano associato al trono di nome Lucio Vero nel 169 d.C. 9.

Seguì la così detta Peste di Giustiniano, comparsa all’inizio del Medioevo ed endemica negli anni tra il 527 e il 565 d.C., la quale aggravò il declino economico e politico del Mondo Antico favorendo il disgregarsi dell’unità statale intorno al bacino del Mediterraneo e il passaggio verso i Secoli bui dell’Alto Medioevo. In ogni caso, l’epidemia di peste bubbonica e polmonare degli anni tra il 1347 e il 1351 rimane quella demograficamente e storicamente più importante. Si trattò di un avvenimento straordinario in cui si può ipotizzare che trovò la morte oltre il 30% della popolazione europea dell’epoca, pari a circa venticinque o trenta milioni di individui sui cento all’incirca che ne contava allora l’Europa. Nell’immaginario collettivo viene ancora oggi considerata come la più celebre delle pestilenze, sia per il soprannome di Morte Nera che ricevette, sia perché ne abbiamo molte testimonianze storiche e letterarie come nel Decamerone di Giovanni Boccaccio. In questo libro di celebri racconti si narra di come alcuni giovani, sette ragazze e tre ragazzi di famiglie benestanti, abbandonino la città di Firenze devastata dalla peste per trovare un rifugio momentaneo in una villa di campagna dove trascorreranno il tempo raccontandosi a vicenda le cento novelle che costituiscono il libro. La vicenda narrata da Boccaccio si svolge nel 1348, ma la tragedia era iniziata pochi mesi prima, nel settembre del 1347. In quei giorni alcune galee genovesi provenienti da Caffa, nella lontana penisola di Crimea, fecero scalo nel porto di Messina. Quella remota città era stata posta sotto assedio dalle truppe mongole che vi avevano diffuso il contagio della pestilenza attraverso i corpi di alcuni appestati morti per la malattia. I cadaveri erano stati scagliati oltre le mura con delle potenti catapulte. I Genovesi erano fuggiti dalla Crimea e dalla città condannata alla Morte Nera, ma l’equipaggio delle navi era già stato contagiato dalla peste salita a bordo delle navi subdolamente insieme ai ratti della stiva. Giunti in Italia i marinai genovesi la diffusero rapidamente a tutta la città di Messina. Le navi ripartirono alla volta di Genova, ma quasi tutta la popolazione di Messina fu sterminata dal morbo. Dopo poche settimane si assistette a una diffusione diretta della peste alla Pianura Padana, causata dai Genovesi stessi in fuga dalla loro città in preda al contagio, i quali attraversarono l’Appennino ligure e arrivarono a Piacenza disseminando di bacilli il loro percorso e trasportandoli nella fertile, densamente abitata e ricettiva Pianura Padana. Il morbo progredì rapidamente lungo la Penisola Italiana invadendola con implacabile progressione. Entro il 1350, complice la ricorrenza del Giubileo papale previsto per quello stesso anno, la peste si diffuse in tutte le regioni europee confinanti con l’Italia e oltre, fino a raggiungere le fredde rive del Mar Baltico e la Penisola Scandinava nell’anno 1351 10.

Gli studi di epidemiologia sulla Peste Nera, così chiamata sia per il colore dei bubboni che per l’aspetto del sangue espulso dai malati con le loro emottisi, hanno posto l’accento su due possibili fonti di origine e di contagio. Alcuni studiosi hanno enfatizzato il possibile ruolo svolto dalla pulce del ratto che è stata classificata con il nome di Xenopsylla cheopis. Il Ratto nero o Rattus rattus era infatti la specie di questo roditore più diffusa nell’Europa del XIV secolo. Di abitudini prevalentemente domestiche, il ratto nero necessitava dell’opera e dell’intervento dell’uomo per viaggiare, potendo percorrere autonomamente solo brevi distanze e non superiori a poche centinaia di metri. La pulce che lo infestava ne succhiava il sangue trasmettendo il bacillo della peste da ratto a ratto. Succhiando il sangue infetto il tubo digerente della pulce si intasava di bacilli, una condizione che provocava all’insetto gravi difficoltà digestive. Infine il ratto veniva a morte in un breve periodo di tempo grazie all’azione diretta del microrganismo e delle sue tossine. Dopo il decesso dell’ospite l’ecosistema della pulce diveniva estremamente sfavorevole e ostile per il raffreddamento della cute del ratto. La pulce, affamata e infreddolita, era costretta ad abbandonare il cadavere del roditore per andare a pungere e infettare altri ratti oppure, vista la stretta condivisione dello spazio che si verificava in ambito cittadino, gli inconsapevoli esseri umani. Altri storici ed epidemiologi invece sostengono un possibile e importante ruolo della pulce umana, la Pulex irritans, come un vero e proprio serbatoio di origine e di diffusione interumana della malattia. Questo insetto era meno aggressivo e robusto rispetto alla Xenopsylla cheopis del ratto, ma compensava tali caratteristiche sfavorevoli alla sua sopravvivenza e a quella del Bacillo di Yersin attraverso la capacità di una diffusione ubiquitaria legata alle precarie condizioni igieniche di quei tempi. Per questa seconda teoria si poteva ipotizzare anche una trasmissione da uomo a ratto e viceversa. Il bacillo non avrebbe dovuto superare grandi spazi per la sua diffusione dal momento che gli uomini si spostano normalmente da un paese all’altro con maggiore facilità rispetto ai ratti, diffondendo il contagio rapidamente e a grandi distanze 7.

Sebbene dovesse essere presente, almeno inizialmente, una epizoozia, cioè una diffusione dell’infezione dagli animali all’uomo, alla luce di questo secondo modello di diffusione la storia naturale della peste veniva ad assumere dei contorni di più facile comprensione e di prevedibile svolgimento. Considerando che in era pre-antibiotica il tasso di mortalità della peste bubbonica ascendeva a circa il 60-80% e quello della sua variante polmonare superava il 90%, l’effetto demografico negativo della Peste nera fu devastante.

Jean de Berry, detto il Magnifico (1340-1416), zio del re di Francia, era uno dei nobili più potenti e ricchi del regno. Questo personaggio storico racchiudeva in sé molte delle caratteristiche e delle suggestioni che pervadevano anche il protagonista del racconto fantastico di Edgar Allan Poe La Maschera della Morte Rossa. Il personaggio del Principe Prospero del racconto di Poe sembra essere stato modellato sulla figura nobile francese, sulla sua ricerca del lusso smodato e dell’ostentazione di questo attraverso la vita ricca di sfarzo che il Duca amava condurre. Nella Francia devastata dalla Guerra dei Cento anni, Jean de Berry pareva ignorasse le miserabili condizioni di vita di gran parte della popolazione. Come il Principe Prospero non temeva l’epidemia e la morte, perché riteneva le mura dei suoi sfavillanti castelli in grado di arrestare il dolore, la disperazione e la sofferenza riservati agli altri e meno fortunati esseri umani:

“… Tuttavia il Principe Prospero era felice, impavido e sagace. Quando i suoi domini si furono spopolati della metà degli abitanti, egli chiamò al suo cospetto un migliaio di amici felici e in buona salute, scelti fra i cavalieri e le dame della sua corte. Con loro si rinchiuse nel profondo isolamento di una delle sue abbazie fortificate. Questa era una estesa e magnifica costruzione, frutto dell’eccentrico, ma regale gusto del Principe. Un forte e alto muro la circondava. La cinta muraria aveva alti cancelli di ferro. I cortigiani, una volta entrati, portarono una fornace e grossi martelli e saldarono le serrature. Decisero di non lasciare alcun mezzo per entrare o uscire nemmeno nel caso di un improvviso impulso alla fuga o nel caso qualcuno fosse impazzito e avesse desiderato abbandonare tale sicuro rifugio. L’abbazia era abbondantemente fornita di viveri e bevande. Con tali precauzioni i cortigiani avrebbero potuto abbandonare ogni prevenzione contro il contagio. Il mondo esterno avrebbe dovuto prendersi cura di sé da solo. Nel frattempo sarebbe stato sciocco continuare ad essere tristi o a rimurginare. Il Principe aveva provveduto a fornire ogni genere di divertimenti. C’erano buffoni, c’erano improvvisatori di versi, c’erano ballerine, c’erano musicisti, c’era infine la Bellezza, sparsa ovunque a piene mani e c’era il vino. Tutto questo e la sicurezza erano dentro le forti mura. La Morte Rossa ne era fuori…”

Edgar Allan Poe. La maschera della Morte Rossa. 1842

Esiste un’opera del tardo XIV secolo che testimonia in modo particolare ed efficace lo stile di vita delle classi più agiate. Si tratta del Libro delle Ore, commissionato dal potente Duca de Berry a una famiglia di raffinati incisori fiamminghi, i tre Fratelli de Limbourg, morti tutti nell’epidemia di peste del 1416 come del resto il Duca loro committente. Il libro, un sontuoso codice miniato di valore inestimabile, prende il titolo di Les Très Riches Heures du Duc de Berry. Contiene una serie di squisite miniature raffiguranti i dodici mesi dell’anno e altrettanti castelli, appartenenti ognuno di essi al ricco Duca. Castelli tra le cui mura la peste fece comunque il suo ingresso senza alcuna possibilità di essere fermata. Per realizzare il codice fu utilizzata una quantità cospicua di prezioso lapislazzulo di uno splendido colore azzurro carico, il colore del Gotico Internazionale, lo stile artistico e architettonico che imperava in quel periodo storico. Si trattò di una spesa ai limiti della follia, che solo un principe dalle risorse economiche quasi illimitate come il Duca di Berry poteva sostenere. Una ricchezza che non gli impedì di morire di peste come migliaia di diseredati. Venne sepolto nella cripta della cattedrale di Bourges, in un ricco monumento funebre che lo raffigura adagiato e dormiente sul letto, mentre un piccolo orso riposa serafico ai piedi del suo padrone attendendone il risveglio. La smisurata ricchezza e la potenza della casata non lo avevano preservato dal contagio. Come il Principe Prospero di Edgar Allan Poe, il principe francese si era dovuto misurare con la morte, insensibile alle volontà umane e ne era uscito sconfitto, ripetendo e anticipando l’esito delle ultime e terribili righe del bellissimo racconto dello scrittore americano:

“… Ora era nota a tutti la presenza della Morte Rossa. Era arrivata come un ladro nella notte. Ad uno a uno caddero i cortigiani festanti nelle sale impregnate di sangue della loro festa. Morirono ognuno nella posizione disperata della propria caduta. La vita della pendola d’ebano cessò insieme con quella dell’ultimo dei gaudenti. Le fiamme dei tripodi infine si spensero. In tal modo l’Oscurità, il Disfacimento e la Morte Rossa ristabilirono il loro illimitato dominio su ogni cosa”.

Edgar Allan Poe. La maschera della Morte Rossa.1842

La medicina ufficiale, quella che si basava sugli insegnamenti di Ippocrate e di Galeno mediati dalla logica e dalla filosofia della natura di Aristotele, si dimostrò totalmente inadeguata ad affrontare il problema della Peste. Le persone morivano in modo esponenziale con la distruzione delle fondamenta dell’intero tessuto sociale, perché si trattava di una mortalità che colpiva nel modo più aggressivo e selettivo gli elementi più giovani della popolazione. Un flagello di cui nessuno sapeva darsi una chiara ragione. Si intuiva come i contatti interumani facilitassero il diffondersi della malattia, ma quale fosse il fattore primario che la generasse, la causa che la diffondesse per ogni dove, restava nascosto in una zona della conoscenza separata dalle possibilità degli uomini del tempo, un vuoto che permetteva ogni tipo di abuso e di falsa interpretazione. I rapporti umani, anche quelli affettivi più stretti e sacrali, vincolanti dall’affetto e dalla consuetudine, vennero completamente sovvertiti. Prevalse una logica dei comportamenti che fece saltare ogni legame e vincolo di solidarietà sociale e parentale. Chi poteva si dedicò senza alcuna remora morale alle gioie della vita terrena, perché l’aumentata disponibilità monetaria relativa alla diminuzione della popolazione permise a qualche fortunato uno stile di vita più trasgressivo e più libero da vincoli sociali. Freni e inibizioni morali apparvero inadeguati o incapaci di fornire un qualsiasi tipo di salvezza da quella enorme tragedia collettiva. I vincoli della religione si allentarono, perché l’angoscia di una fine imminente quasi certa sovrastava ogni progetto per il futuro, il quale era divenuto un tempo incerto e non assoggettabile ai piani e ai desideri umani. Le promesse per una vita ultraterrena felice perché legata al merito persero di attrattiva, in quanto la morte sembrava colpire precocemente chiunque indipendentemente da una condotta personale malvagia o virtuosa. Si accaniva contro gli innocenti, i giovani e perfino i bambini, sottraendo ogni interesse verso una vita onorevole e misurata nei comportamenti. La peste del 1347 ebbe un andamento epidemico a crescita progressiva e di durata all’incirca quinquennale. Tutta l’Europa, compresi i paesi del Nord, ne fu contagiata e pagò il suo tributo di vite umane alla malattia. Poi lentamente la virulenza diminuì anche se la peste non scomparve mai del tutto, divenendo endemica e ricomparendo per tutto il XIV e il XV secolo con una cadenza quasi periodica e con un intervallo libero tra i dieci e i venti anni. Si diradò in seguito e progressivamente lungo lo scorrere del XVII secolo e poi in modo più netto del XVIII, fino a scomparire del tutto dal panorama storico e sociale dell’Europa solo all’inizio del XIX secolo.

La peste del 1361, la prima dopo la Morte Nera, fu altrettanto aggressiva e virulenta nelle sue modalità di manifestazione anche se di durata inferiore. Di certo la presenza endemica di una malattia così grave e dalle origini tanto misteriose mutò rapidamente il tessuto sociale del Continente. Davanti al manifestarsi del contagio le modalità di comportamento più frequenti erano di due tipi e radicalmente opposte. Da una parte la malattia era vista come un flagello di Dio, una punizione inviata dal cielo per punire l’umanità dalla sua malvagità e dai suoi peccati. Questa interpretazione dell’origine della peste provocò la nascita del movimento dei Flagellanti e di altre consorterie di penitenti che si diffusero rapidamente in tutta Europa. Divennero comuni le processioni di espiazione, le penitenze collettive, le pubbliche confessioni dei peccati e le mortificazioni più o meno spontanee della carne e dei suoi desideri 10,11.

Tuttavia l’assembramento di una moltitudine di persone nelle chiese o sulle piazze delle città e dei paesi non faceva che aumentare ulteriormente le possibilità di contagio, mentre non essendo presente alcuna certezza per il domani e non disponendo di alcun modello comportamentale che facesse evitare con sicurezza la malattia vi fu il prevalere di un atteggiamento esistenziale di tipo edonistico. Un limbo esistenziale e di fuga quotidiana da una realtà di morte in cui un piccolo esercito di nuovi ricchi e di fortunati sopravvissuti al contagio si rifugiò, trovando una qualche forma di consolazione alla precarietà e all’incertezza della loro esistenza.

Riferimenti bibliografici

  1. Boccaccio G. Il Decamerone.1348-1353.
  2. Malthus T. An Essay on the Principle of Population 1798, (Saggio sul principio di popolazione). Einaudi: Torino; 1977.
  3. Flinn MW. Il sistema demografico europeo 1550-1820. Il Mulino: Bologna; 1983.
  4. Cherubini G. L’Italia rurale del basso medioevo. Laterza: Roma-Bari; 1985.
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  6. U.S. Department Of Health and Human Services - CDC. Prevention of plague recommendations of the advisory committee on immunization practices. ACIP. 1996.
  7. Biraben JN. Les hommes et la peste en France et dans les Pays européens et méditerranéans. Mouton: Paris-La Haye.
  8. La Sacra Bibbia. Edizione CEI. 2009.
  9. Gibbon E. Decadenza e caduta dell’Impero Romano. Einaudi: Torino; 1989.
  10. Bergdolt K. La Peste Nera e la fine del Medioevo. Piemme: Casale Monferrato; 1997.
  11. Cipolla CM. Contro un nemico invisibile. Il Mulino: Bologna; 1986.

Affiliazioni

Federico E. Perozziello

Medico Specialista in Malattie dell’Apparato Respiratorio Specialista in Chemioterapia Storico e Filosofo della Medicina

Copyright

© Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri – Italian Thoracic Society (AIPO – ITS) , 2020

Come citare

Perozziello, F. E. (2020). La peste: un’epidemia antica su cui riflettere - Prima parte. Rassegna Di Patologia dell’Apparato Respiratorio, 35(1), 58-64. https://doi.org/10.36166/2531-4920-A012
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